Ormai ci siamo, manca poco al Natale, alla festa più sentita ed attesa, quella che poi ci porta dopo una settimana, all’arrivo del nuovo anno. Festa religiosa il Natale, ma anche una festa conviviale, un’occasione per radunare attorno alla tavola, la famiglia e gli affetti più cari. Natale è anche una festa durante la quale, ci si abbandona a libagioni “corpose”, alla linea ci si pensa poi. Ogni città, ogni regione, ha le proprie specialità gastronomiche per la bisogna, alcune sono comuni a tutti, ma ci sono anche delle prelibatezze che si usano solo in alcuni luoghi. A Napoli, ma anche in tutta la Campania, si finisce sempre il cenone di Natale e Capodanno con lo “spassatiempo” e cioè, frutta secca, mandorle, noci, nocciole e le “castagne r’o prevete”, le castagne del prete. Orbene, perché si chiamano così? Come spesso ho detto, gli etimi dei termini napoletani viaggiano sempre tra realtà e leggenda, c’è sempre una spiegazione logica e una leggendaria. Dunque, la spiegazione ufficiale è che si chiamino così perché le avrebbero prodotte dei monaci dell’Irpinia, l’avellinese, in special modo di Montella, paese delle castagne. La fantasiosa invece, quella che personalmente prediligo, vedrebbe protagonista un prete irpino, un prete che, avendo avuto in regalo una grande quantità di castagne, le caricò sul proprio mulo per portarle al convento ma il mulo non resse il peso eccessivo e quindi, inciampando, fece sì che il prezioso carico finisse nelle acque di un fiume. Il prete non si perse d’animo e, ad una ad una, tra le risa ironiche e la derisione della popolazione, le raccolse e le portò al convento. Lì arrivato, le mise nel forno per asciugarle ottenendo il risultato di farle diventare croccanti fuori, il guscio, e morbidissime all’interno creando in pratica, un prodotto buonissimo e immancabile nelle festività natalizie.
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