Oggi per la rubrica “Ricerca degli etimi”, è il turno di una leccornia culinaria nata in Campania e, precisamente a Gragnano, provincia di Napoli. Gragnano, per antonomasia il paese della pasta, non mi dilungo a farne la storia, ha da almeno un secolo questa nomea, che tra l’altro ha visto nel tempo, nella pasta, il maggior comparto produttivo che ha sempre coinvolto migliaia di operatori. Una delle specialità più famose è da sempre il PACCHERO, termine napoletano che vuol dire schiaffo, ed io mi sono chiesto perché si chiamasse così. Come ogni cosa che riguarda Napoli, le versioni sono svariate, tra leggenda e realtà, poi ognuno sceglie quella che più gli aggrada. Ovviamente non poteva fare eccezione il “Pacchero”, una delizia da mangiare al ragù, alla genovese, al forno o imbottito. La versione più pittoresca, secondo me, è quella che vuole sia nato per un errore, come spesso accade, per la creazione di una specialità gastronomica; un pastaio gragnanese diede incarico ad un giovane operaio di tagliare una quantità di ziti, altro famoso formato di pasta. Il giovanotto, abbastanza distratto, formò dei cilindri di pasta molto larghi e con un foro molto grosso; il padrone, vedendo il risultato, si infuriò, diede uno schiaffo, un pacchero, al ragazzo e lo licenziò! Ormai la frittata era fatta, confezionò la pasta e la mise sul mercato. Ebbene, la pasta ebbe un successo travolgente, inaspettato dal titolare il quale, non solo riassunse di nuovo il giovanotto, ma addirittura battezzò il nuovo formato dandogli il nome dello schiaffo affibbiato al suo dipendente e così, da un errore nacque una pasta ormai famosa in tutto il mondo.
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