Spesso gli spunti per scrivere un articolo, una riflessione arrivano senza preavviso, arrivano magari guardando la TV, leggendo, osservando quello che ti gira intorno. Bene, a me è successo guardando una partita di Yannik Sinner, il tennista italiano che, pochi giorni fa, ha raggiunto il terzo posto nel ranking mondiale. Perché questo titolo, “I NUMERI UNO”, perché proprio dopo aver guardato la partita? Torno qualche annetto indietro, all’apparire di Sinner nel mondo della racchetta. Ricordo come fosse ora il giorno che, parlando con mia moglie, le feci una profezia, cioè che nel giro di pochi anni, l’altoatesino sarebbe diventato il NUMERO UNO al mondo. Ci siamo quasi, la scalata sembra irrefrenabile, tutto fa supporre, ora, che il mio pronostico si avvererà. Lo sport è pieno di talenti, è pieno di campioni, ma non tutti diventano dei NUMERI UNO in assoluto. Perché? Da cosa dipende? Che differenza c’è in fondo, tra un Campione e un NUMERO UNO? Lo stesso termine Campione, non è già un suo sinonimo? Beh, per me no, e spiego perché e cosa intendo. Nel calcio, nell’atletica, nel tennis, ciclismo, insomma, in tutti gli sport abbiamo ammirato ed ammiriamo atleti vincenti, campioni, molti lo sono nel breve spazio di tempo, altri per tutta la carriera. Di solito è il loro albo d’oro, le loro vittorie a farli definire Campioni, ma secondo me, essere NUMERI UNO è un’altra cosa. Cerco di essere più chiaro e spiegare cosa intendo dire; secondo me, campione si nasce, NUMERO UNO si diventa. Campione è l’atleta al quale la natura ha regalato il talento, la bravura, talento e bravura che consentono all’atleta di ottenere successi, vittorie e popolarità; NUMERO UNO, il termine che ti catapulta nell’Olimpo della fama, della popolarità eterna, si diventa con maniacale applicazione, rinunce, NUMERO UNO si diventa con la testa. Faccio qualche esempio: rimanendo nel campo tennistico, prima di Sinner, abbiamo avuto un campione come Adriano Panatta, secondo me il più talentuoso tennista italiano di sempre, si badi bene, ho detto talentuoso. Ha vinto a mio parere, molto meno di quello che avrebbe potuto con la sua classe e, appunto, con il suo talento. Ma la vita di Adriano non erano solo i campi in terra rossa, non era solo Roland Garros, Foro Italico, Forrest Hill o Wimbledon, Panatta amava la vita, i riflettori, la popolarità con tutti gli annessi e connessi. E poi, dettaglio non trascurabile, a mio parere la sua “italianità” lo ha penalizzato. A lui bastava essere un campione, per lui il tennis non era tutto, per lui la vita era anche, se non soprattutto altro. Ad oggi Sinner si palesa molto diversamente, probabilmente non ha la classe cristallina di Panatta del quale, non dimentichiamolo, fu battezzato anche un colpo che è rimasto nella storia, la famosa “Veronica”. Sinner invece, a mio parere, già dai primi passi ha palesato la voglia, l’intenzione, la scelta di diventare il NUMERO UNO; allenamento, nessuna o pochissime distrazioni, un fine preciso, entrare nella storia come l’italiano che raggiunge il primo posto nella classifica mondiale dell’ATP. Le premesse ci sono tutte, siamo già a buon punto e la mia conclusione, pensando anche a Matteo Berrettini, altro nostro tennista, anch’egli dotato di talento ma che a mio parere non ha l’obiettivo di entrare nella storia, è che essere NUMERO UNO è una scelta, un obiettivo, e quindi concludendo ritorno all’inizio: secondo me campione si nasce, NUMERO UNO si diventa e questo ovviamente, vale in tutti i campi, in tutti i settori della vita e lavorativi.
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